
di Giulio Traversi
Il poeta mette in guardia l’uomo: i mister, i master, i maestri sono ovunque a impartire una lezione di vita sociale. Ludwig ebbe la forza d’animo di fottersene radicalmente. Con stetoscopio sulla cassa auscultava i battiti azzurri sulla corda di rame, ma conosceva la sintassi del suono meglio di quanto un rabbino conosca il Talmud. Il mister è un corvo, solitamente le vene emergono in risalto, mette a bollire fino all’esasperazione il corpo dell’allievo, finché, tolta la curiosità di pronunciare la sentenza – sì, il giovane è dotato, oppure: non ne mangia – riconsegna all’inutile fiera del buon senso civile il desiderio: il master scarta caramelle. La cinghia di trasmissione, tra cielo e terra, si spezza, si spezzerà: si celebrano ricordi malsani ad ogni compleanno, oscillando il turibolo del destino. Ho studiato musica, ripete l’amica quarantenne, poi ho abbandonato. La fantasia partorisce possibili stami, una specie di vanto del fallimento, un ripiegamento nel sogno del sogno tra i sogni. Lo stesso capitava giocando a pallone: la combriccola faceva la squadra, fuori dal cerchio magico si era niente, in panchina, incompresi. La guerra contro le istituzioni – gli istituti consolidati da una sana vitalità e regolare minzione mattutina – è cominciata a scuola, in Istituti liceali del perbenismo. Lì la saggia misantropia del cattolicesimo ortodosso ha sferzato al corpo un definitivo veto: si educava alla missione sovra individuale.
(altro…)








