Ulisse, la virtù e la conoscenza

21 maggio 2021

Ulisse è un bugiardo, ma ha un sogno.

Ulisse vuole raggiungere la fine del mondo, e i confini del mondo non si possono raggiungere da soli. Per realizzare questo sogno ha bisogno di altre persone: ha bisogno di marinai. 

Ulisse è un bugiardo ma ha un sogno: vuole vedere dove il mondo finisce. Lui sa che questo viaggio non potrà farlo da solo, ha bisogno di compagni. Ulisse deve convincere i compagni a seguirlo.

Ulisse è un bugiardo. A lui non importa quale siano i sogni e le ambizioni dei suoi amici marinai. Ulisse è un egoista: a lui interessa raggiungere il proprio sogno, fare il proprio viaggio.

Per convincere i suoi amici mariani a seguirlo, abbandonare i propri sogni e credere al sogno del loro capitano Ulisse, Ulisse si inventa una bellissima idea, un’idea falsa: regala un’idea, una bugia (con la ragione è possibile conoscere la verità), una convinzione: un sogno da condividere. Un sogno per cui vale la pena viaggiare e morire.

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Il cielo pende dai lampioni, Cannizzo

20 maggio 2021

È vero che il pronome Io non trova luogo, ma è più vero ancora che l’Io si è calato nella buca del suggeritore e sul palco è di scena l’analogia: la figura retorica più amata dalla tradizione poetica modernista. Essa, come usata dal poeta della raccolta Il cielo pende dai lampioni (Algra, 2020), Enzo Cannizzo, plasma immagini stentoree, epigrammi dalle ali iridescenti. E, in questa mia lettura, le poesie sembrerebbero emanare bagliori di ombra, luci di assenze, proiezioni di ex vita, essenze dell’altrove.

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Suite Etnapolis, Lanza

18 maggio 2021

Nessuna 

storia fuori dalle celle dei numeri

Si conclude così il giovedì di Suite Etnapolis di Antonio Lanza, ed. Interlinea, 2019.

Poco prima: 

ti ricordi con un misto

di eroismo e malinconia

il cielo com’era chiaro

prima di entrare.

Tutti noi, che al centro commerciale abbiamo trascorso anche poco tempo di un tempo estivo, sappiamo quanto siano dissonanti il fuori e il dentro. Etnapolis sorge, come tanti centri omologhi, in una vasta zona confluente di strade, e tanto più queste si allontanano dal pachiderma mercato, quanto più le strade riprendono il volto solito – buche, strati irregolari d’asfalto, guardrail divelti – e di conseguenza col freddo c’è il freddo, e col caldo canicolare d’agosto puoi friggerci sull’arido suolo l’uovo e calare la pasta nell’acqua che bolle in pentola.

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All’altro capo, Deidier

15 maggio 2021

La sezione Chimica dell’abbandono (tento questi appunti per un lettura della silloge poetica All’altro capo di Roberto Deidier, ed. Mondadori, 2021) termina con questo canonico endecasillabo, ictus in sesta posizione che discende all’Ade: ora scrivo di notte, scrivo ai morti. La sezione prende inizio con un corsivo: i giorni che cadono, E guadagnano illusioni, stelle in fiamme. E poi un altro endecasillabo: ho sempre trovato te, all’altro capo. L’altro capo del mondo, nella mia lettura, è il regno dei morti, ovvero il ricordo: l’inverso della luce è l’ombra, alla parola il silenzio, alla luce meridiana il tramonto, alla realtà la metafisica.

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Orientale sicula

14 maggio 2021

di Giulio Traversi

Orientale sicula è una raccolta di poesie.

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Il poeta non è un prosatore, non è un narratore di storie, non finge. Il poeta dice tu, dice lei, talvolta per debolezza dice io, comunque dice sempre una verità. Il poeta anche quando racconta storie, racconta verità: non inventa ovvero non falsifica usando le parole: non scompare dietro un personaggio per non assumersi la responsabilità delle scelte. Il poeta userà una lingua italiana elegante e selettiva, si lascerà sedurre dalla santa muffa del latino, sprigionerà un inglese pret-a-porter, spontaneità dialettali e senso musicalissimo del verso libero. Novenari, ottonari in preferenza, qualche endecasillabo scultoreo. Ma Il poeta ha un po’ le tasche piene di chi lancia il sasso e poi si gira dall’altra parte: dei poeti che dicono per non dire, chiamando in causa il lettore: inizio e fine di ogni significato. Il poeta non vuole essere oscuro, né tanto meno un enigma. Il poeta è autore.

Il poeta piuttosto ama l’ambiguità e l’ironia. Fa classicismo.

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Ginzburg Lisa, questione di stile.

23 aprile 2021

Sulla quarta di copertina di Cara Pace (Ponte alle Grazie, 2020) a firma di Nadia Terranova si legge: Lisa Ginzburg ha scritto un romanzo meraviglioso, maturo, stilisticamente altissimo nel solco della nostra migliore letteratura. Un po’ più realistica l’esternazione di Domenico Starnone che si limita a lodarne la trama. Ora, cosa intenda Nadia Terranova per stile altissimo piacerebbe chiederlo alla scrivente, perché in questo romanzo, a mio parere, la qualità della scrittura è banale: della migliore nostra letteratura c’è solo un cognome.

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Da Tacito alla Ortese, passando da Nievo

18 aprile 2021

Sulla letteratura equina 

Il celebre poeta di età augustea nato in quella che oggi sarebbe la profonda e abbandonata provincia interna meridionale, il poeta di Venosa, Quinto Orazio Flacco, alla fine della vita scrisse una lettera, la terza del secondo libro delle Epistole, denominata da Quintiliano Ars poetica. 

L’Ars poetica è un manuale in versi di scrittura. Tra le tante cose delinea quelle che dovrebbero essere le caratteristiche dei personaggi di un’opera in base all’età. Delinea gli attributi del tipo puer, adulescens, vir e senex. Quindi, ed è questo che ci interessa, chiediamoci quali siano le caratteristiche del tipo adulescens. Com’era un giovane di non più di sedici anni al tempo dei romani?

L’adulescens (cfr. vv. 153 – 165)  è imberbe, cade (cereus) facilmente nel vizio, è insofferente verso chi lo riprende (asper monitoribus), non si dà cura del futuro, getta via i soldi (prodigus), ha manie di grandezza, si appassiona facilmente, anche se con altrettanta facilità tralascia ciò che ama e poi … (ci siamo) gaudet equis canibusque. Si diverte della compagnia dei cani e dei cavalli, e quindi presumibilmente trae piacere da questi animali, come fossero entrambi animali domestici, e certamente, nello specifico, con i cani va a caccia e con i cavalli va al galoppo.

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Nota di lettura sul romanzo “Le ripetizioni”

25 gennaio 2021

La padrona di casa fa accomodare il tecnico in salone: quando arriva lui, il tecnico, il tecnico non è mai un tecnico qualsiasi ma un misterioso tecnico che possiede abilità rare, anche invidiate, di sicuro preziose; il tecnico non ha un qualsiasi talento manuale, un mestiere come altri, ma il suo mestiere ha fama di trascendere il funzionamento meccanico delle cose di questo mondo, e attinge alle sfere intangibili e incommensurabili della sensibilità umana, questo tecnico è esperto nel penetrare la natura segreta delle cose, come quei medici metafisici che operano il corpo del paziente e sanno di curarne anche l’anima.

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Il salto del cavallo

25 dicembre 2020

Mi sono imbattuto in questi giorni in un racconto di Massimo Bontempelli, scritto nel 1940, dal titolo le Ali dell’Ippogrifo. Ruggiero, famoso paladino già nel Orlando furioso, cavalca l’Ippogrifo, o meglio è l’Ippogrifo, quadrupede augello con testa e ali d’aquila, che trasporta Ruggiero nelle superne sfere celesti. Ruggiero trasportato in cielo a piacere dell’Ippogrifo osserva dall’alto le terre emerse e l’oceano, finché non scorge un’isola. Parla col cavallo alato, pregandolo di terminare il volo sull’isola, che sembrerebbe abitata e anche ospitale. Allora l’Ippogrifo inizialmente fa di testa sua, cioè passa oltre, poi, soggiogato dalle carezze e dalle parole del padrone, volteggiando si abbassa di quota, raggiunge la terra. Ed ecco che gli abitanti non sono per nulla meravigliati nel vedere un animale volante, tanto sono impegnati nelle loro ripetitive faccende quotidiane. Solo una persona, solo una donna, strappa un ramo frondoso da una pianta, e incomincia a fare segni, e saluta da lontano. 

Questa donna dimenticherà le abitudini dell’isola, si legherà affettivamente a Ruggiero, e insieme cavalcheranno per le vie del cielo, finché una notte, l’uomo, volendo ritornare in patria, monta sull’Ippogrifo e abbandona la donna, la quale, esclusa dalla comunità in cui vive, deve fare i conti da sola col frutto dell’amore.

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La regina degli scacchi, Walter Tevis

22 dicembre 2020

Da questa mossa, che è un sacrificio tattico, prende titolo il romanzo di Walter Tevis, Queen’s Gambit (1983), tradotto liberamente in Italia come La regina degli scacchi. Il titolo originale ha un significato ben più sottile di quello italiano che si propone di non spaventare il lettore. Tuttavia questo rimane un libro di tecnica scacchistica.


La vita di chi vuole raggiungere obiettivi eccezionali, coltivando un proprio talento, è sempre bivalente, fatta di successi clamorosi e sacrifici letali. Chi vince, ha qualcosa da perdere. Oppure: proprio chi ha già perso tutto, ha bisogno di vincere. Il sacrificio è il pane quotidiano di chi vuole andare avanti nella vita.
Questo il nocciolo della storia, per dare senso alle cadute, agli stati d‘ansia, ai rimedi dell‘alcol, e anche a un’affettività ferita. Sarà pur vero che per giocare a scacchi bisogna essere calcolatori, e controllare le emozioni. Si gioca con regole e pezzi di legno. Chi non controlla l’emozione, perde. I russi sono i migliori, monaci della scacchiera in borghese.
Nabokov, in La difesa Luzin (1964), aveva già scritto il romanzo di uno scacchista. Lì sono invisibili le partite sulla scacchiera. Anzi, per descrivere il movimento dei pezzi, si dice che il cavallo “galoppa”. Quello di Nabokov è un romanzo sul conflitto tra genio e normalità. Gli scacchi fanno da cornice. Differentemente in Tevis: la cornice, lineare e sottile, è il conflitto tra genio e normalità; il dipinto sono pagine e pagine di tecnicismi, come le perline di un rosario: tutta la faccenda (partite e tornei) sarebbe fin troppo didascalica, se non fosse valorizzata da una lingua filastrocca. Tevis trova un modo per evitare le lettere e numeri della codificazione scacchistica (Cavallo F6 per esempio) e descrive una continua litania di … pedone di alfiere di regina (che in inglese suona: queen bishop pawn) alternando per esempio con … pedone e4 (che in inglese suona pawn to king four, ovvero: pedone di re sulla casella quattro o non so come dire altrimenti), knight to king beshop three (che sarebbe Cavallo c3), cavallo di re che mangia il pedone della torre, e in questo vortice incantato, leggero e volubile, la partita ha un suono ipnotico, la scrittura trova una sua tensione di suono più che di senso. Dovremmo prendere una scacchiera, mettere su i pezzi e ricostruire tutto. Ma sarebbe un po’ troppo per i lettori di narrativa.

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