
La poesia non ha bisogno di musica, immagini e invenzioni armoniche: canta senza accompagnamento perché alla parola è affidato un percorso stretto, arrabbiato, stupefatto, passionale, insanabilmente malinconico, aggressivo e carnivoro. Offro all’udito non vellutate d’archi, ma significanti intersecati conditi sbollentiti e infiammati dalla visione: il sistema modale della mia povera, scarna e comunissima esistenza terrena. Lode alla semantica e alla cadenza nominale: parole dentro parole frullate dall’ingerenza di una incerta memoria. La vocazione, il talento, la rivelazione, la maestranza, l’amore, la carne, i desideri, la menzogna e l’identità. Sono queste le tematiche che luccicano tra rime e autobiologia. Campeggia l’ombra di Ludwig, seduto in un pub, l’orecchio appiccicato al woofer dell’altoparlante, quando beve un gin tonic alla menta in compagnia di una giovane ammiratrice. Solo per questa assurda barzelletta – un musicista sordo totale che impartisce lezioni di musica – ci sarebbe da invocare perdono per le tante menzogne umane, e lode per le infinite vie del Signore.
Sono versi collocati in una narrazione lunga, anche piuttosto personale. racconto le mie lezioni di musica, il mio pianoforte, la vita in condominio, le partite a calcio, la movida catanese, i cavalli al barbecù, la vita di città, i miei desideri. ma tutto questo, che è mio, è girato come la frittata in padella, perché non si bruci e questo mio e anche un ‘questo nostro o vostro’: il linguaggio poetico vorrebbe trasfigurare il privato e il meschinamente proprio, in esperienza comune. Ci provo, almeno. e quindi la poesia diventa una finestra da cui osservare l’autore ma, perfidamente, anche il lettore.
Ogni grande amore si trascina un certo odio. nel poemetto il pronome ‘io’ è piuttosto scoperto, anche se, riflettevo, non è mai quello che sembra. i primi versi del libro dichiarano una identità: eppure è una identità quanto meno triplice. C’è l’io che si guarda allo specchio, poi l’immagine allo specchio che è rivelatrice; poi ancora la dissimulazione di una vocazione, e ancora, quell’io che racconta l’imbroglio del disordine e della coscienza. Siamo almeno in quattro, e poi, infine in cinque, con me che commento!
Ogni rivelazione (folgore) sul proprio conto riporta una cifra a credito. Si paga subito oppure la cifra sarà salata, si preferisce dilazionare. Si ripone il conto nel cassetto, e si continua. Il creditore busserà alla porta, prima o poi. Chi era il nemico, che sembrava condurre verso la via torta e storta della povertà, è invece il proprio destino o carattere. Si pone quindi il problema di come fare, della propria rivelazione storta e infame, strumento di gloria e riconoscimento, integrazione. Il povero cavallo in bocca agli avventori; lo studente sognatore malmenato sulla via della scienza dal maestro. Un pianoforte che dovrebbe alitare allori, e non meccaniche aderenze.









