Una delle ultime raccolte di Saba, Mediterranee, esplicita coerentemente cosa significhi essere poeta: dire la verità, essere onesto, usare parole semplicissime nel raccontare la complessità. Scrivere versi significa svelare, nominare pubblicamente e con coraggio il desiderio. Allora la storia più difficile da raccontare è quella che si dispiega sotto l’ombra di parole “trite” come amore, fiore, dolore, cuore. Parole che i poeti eviterebbero come fossero, in assenza di ispirazione, un porto franco, luogo della commozione. La poetica della semplicità di Saba invece fa in modo che le cose nominate – il desiderio e l’oggetto del desiderio – siano proprio quelle, senza simboli. E così nel denudarsi si impone un pudore, una paura, un freno o un’astuzia formale che tiene discosto il dilemma decisivo.
(altro…)Categoria: provincia letteraria
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Ferrovie della letteratura
di Marco Trainito

Questo romanzo di Gian Marco Griffi, uscito circa un mese fa, è probabilmente destinato a diventare il caso editoriale dell’anno. Sarebbe un errore farsi scoraggiare dalla mole (sono 816 pagine, compresa la postfazione di Marco Drago), perché si tratta di uno di quei casi rari di storia magnetica e fascinosa che sin dalle prime pagine ossessiona a tal punto il lettore da impedirgli di staccarsene, trascinandolo con sé fino alla fine.
La trama portante, dalla quale però si dirama un’infinità di storie secondarie, è costituita da una vicenda grottesca. Siamo ad Asti, nel mese di febbraio del 1944, e il giovane milite della Guardia nazionale repubblicana ferroviaria Cesco Magetti, tormentato dal mal di denti e impossibilitato a recarsi dal proprio dentista Guasco, perché aveva da poco disertato per raggiungere i partigiani sulle colline, riceve dal suo Aiutante capo Morucci un incarico assurdo: “redigere una documentazione dettagliata della rete ferroviaria del Messico” (p. 11) in una settimana, a partire dall’indomani, 9 febbraio. Questo incarico, che sconvolgerà in vari modi non solo la vita di Cesco ma anche le vite di molte persone che gli stanno attorno, compresa quella dell’odioso Obersturmbannführer Hugo Kraas, non è altro che uno dei risultati a cascata del classico “effetto farfalla”, e la farfalla in questione aveva mosso le proprie ali il 7 giugno dell’anno prima in uno sperduto ufficio dell’Ordnungspolizei (Orpo) di Berlino.
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La cattura, Pirandello
Un signore avvilito, stanco, porta per anni il lutto della morte del figlio. Trascorre le giornate in campagna, viaggia cavalcando un’asinella, si è risposato. Un giorno i banditi lo fermano per strada e lo sequestrano pensando di poter ottenere un buon riscatto. Invece nessuno si cura della scomparsa del Guarnotta, così si chiama il signore, al punto che i banditi sono in dubbio se ucciderlo oppure lasciarlo libero. Nel frattempo il Guarnotta, condotto in una grotta di montagna, ha riconosciuto l’identità dei sequestratori. Per i banditi il rilascio è troppo pericoloso. Temono la denuncia ma d’altra parte non vogliono sporcarsi inutilmente le mani di sangue. Decidono dunque di mantenere in vita l’uomo, sotto stretta vigilanza, finché non sarebbe morto di morte naturale. Il Guarnotta, a cui è negata la libertà, riscopre un’altra esistenza: legge, filosofeggia sulla luna e gli astri, conosce le famiglie dei banditi, diventa come un nonno con i bambini, un santo. I carnefici sono le vittime e la vittima è carnefice. Questa la trama del racconto La cattura di Luigi Pirandello.
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COME NON SI SCRIVE UN LIBRO SU DOSTOEVSKI
di Marco Trainito
Una premessa doverosa a questa nota fortemente critica sul libro di Paolo Nori “Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij” (Mondadori 2021), è che l’autore è uno che sa benissimo di cosa parla, essendo un esperto di letteratura russa, nonché un traduttore di classici russi (Puškin, Gogol’, Turgenev, Tolstoj, Cechov, Gončarov e lo stesso Dostoevskij). Questo vuol dire che sull’argomento del suo libro Nori ha dimenticato più di quanto siano in grado di ricordare quasi tutti i suoi lettori, e quindi ha le carte in regola per scrivere una biografia romanzata memorabile su Dostoevskij.
Cosa c’è, dunque, che non va in un libro che sa farsi apprezzare soprattutto per la mole di informazioni che fornisce non solo su Dostoevskij ma anche su una folla di scrittori e critici soprattutto russi che in vario modo hanno avuto a che fare con Dostoevskij?
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I fantasmi di Librino, Spanò
Il primo dei cinque racconti che compongono la raccolta è un colpo di mortaretto: quel boom esploso in aria quando è ancora giorno, prima che la festa inizi. E basta quel fuoco, chiamiamolo, di cannone, perché tutto cambi: tutto ciò che prima era aria indifferente di giornate feriali, il cuore sente essere diventata qualcosa di non comune. Sentiamo l’odore della festa, la trasfigurazione delle ore.
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Una raggiante Catania, Trischitta
Questa non è una recensione. A pagina 137 l’autore scrive che due checche di Enna “si presentarono con un ragazzo arabo. Mi chiesero una tripla. Erano raggianti e profumati”. È l’unica occorrenza dell’aggettivo raggiante. Viene usato in senso figurato, per descrivere chi nell’atteggiamento mostra una intensità di sentimento e una felice esaltazione, in questo caso sessuale.
L’aggettivo che ritrovo nel titolo al fianco della denominazione della città siciliana avrebbe però anche un senso antifrastico. Amaro e ironico. Certo, potrebbe riempire d’orgoglio il provincialismo etneo: la convinzione, radicata come fosse l’amore per la madre, che non esistano città più belle e vivibili della nostra. Anche se motivi che gonfiano la superbia ce ne sarebbero, a buon diritto; a libro concluso invece, nella storia raccontata, di raggiante non c’è nulla. O meglio, ci sarebbe un’illusione figlia di altre illusioni o effervescenze. Pietra lavica e barocco nero a parte, unico bagliore è stato quel quinquennio, più o meno al tempo di Bianco, Sgalambro (filosofo inceneritore di pratiche sociali comunitarie) e Battiato: per il resto è raccontata una ‘educazione sentimentale’ sullo sfondo di crimini, uccisioni di mafia, operazioni edilizie, comunità sradicate e l’abbattimento della vita del quartiere di San Berillo (come fosse l’abbattimento di un cattivo cavallo, aggiungo metaforicamente, da cui trarre altro profitto).
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Vic, Francesco Cusa
Uno, Vic (Algra, 2021), fa la sua vita, e se la fa da solo soprattutto quando è in relazione con gli altri; nella solitudine rafforza il proprio ego anche quando l’altro va via o muore: per lui è un’opportunità per riprogrammare l’esistenza. E tutto questo è eticamente scorrettissimo, ma Vic esiste per dare mazzate sulla gobba dei sentimentalismi e delle pratiche morali comunitarie, mazzate ai costruttori di storie politicamente corrette, mazzate al lettore standard di sentimenti depurati. Vic è uno che quando si racconta fa satira, invettiva, sarcasmo. Troppo odioso, ma troppo infelice. Sessista, vero nazista del buonismo, disumano a parole. Non si riconosce nella città di provincia in cui vive (l’incipit del romanzo è un omaggio pirandelliano), e poiché non può sfuggire al proprio destino, si fa personaggio di se stesso.
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Ione, Euripide
Nella Tragedia Ione di Euripide il protagonista principale è appunto questo giovane senza nome che è improvvisamente così battezzato (“colui che viene”) dal supposto padre biologico, Xuto. Ione entra in scena con una scopa di rami d’alloro, annaffiatoio e arco. È addetto alla pulizia dell’altare di Apollo: con l’arco scaccia gli uccelli che vanno a beccare i doni votivi. Spazza il tempio di Apollo e mette in fuga anche aquile e cigni. Egli non sa ancora chi sia suo padre e sua madre, è cresciuto nel tempio a Delfi, e qui è diventando adulto. Il suo è un lavoro servile, ma lo svolge con dignità. Alla fine della tragedia conoscerà l’identità dei suoi genitori: è figlio di Creusa e del dio Apollo, ma è bene, per opportunità, che tutti credano che il padre sia Xuto, l’attuale marito di Creusa. Così anche la madre riconoscerà l’identità di Ione, e Xuto sarà tratto in inganno credendo Ione un figlio naturale avuto durante una festa bacchica. La tragedia procede per dialoghi, come fossero interrogatori: Ione e Creusa, Xuto e Ione, Creusa e un vecchio consigliere, Ione e la Pizia, Creusa e la corifea.
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Ulisse, la virtù e la conoscenza
Ulisse è un bugiardo, ma ha un sogno.
Ulisse vuole raggiungere la fine del mondo, e i confini del mondo non si possono raggiungere da soli. Per realizzare questo sogno ha bisogno di altre persone: ha bisogno di marinai.
Ulisse è un bugiardo ma ha un sogno: vuole vedere dove il mondo finisce. Lui sa che questo viaggio non potrà farlo da solo, ha bisogno di compagni. Ulisse deve convincere i compagni a seguirlo.
Ulisse è un bugiardo. A lui non importa quale siano i sogni e le ambizioni dei suoi amici marinai. Ulisse è un egoista: a lui interessa raggiungere il proprio sogno, fare il proprio viaggio.
Per convincere i suoi amici mariani a seguirlo, abbandonare i propri sogni e credere al sogno del loro capitano Ulisse, Ulisse si inventa una bellissima idea, un’idea falsa: regala un’idea, una bugia (con la ragione è possibile conoscere la verità), una convinzione: un sogno da condividere. Un sogno per cui vale la pena viaggiare e morire.
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Il cielo pende dai lampioni, Cannizzo
È vero che il pronome Io non trova luogo, ma è più vero ancora che l’Io si è calato nella buca del suggeritore e sul palco è di scena l’analogia: la figura retorica più amata dalla tradizione poetica modernista. Essa, come usata dal poeta della raccolta Il cielo pende dai lampioni (Algra, 2020), Enzo Cannizzo, plasma immagini stentoree, epigrammi dalle ali iridescenti. E, in questa mia lettura, le poesie sembrerebbero emanare bagliori di ombra, luci di assenze, proiezioni di ex vita, essenze dell’altrove.
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