Ricordati di Bach

3 luglio 2020

Il romanzo ha un inizio lento, benché la scrittura sia di quelle veloci, funzionali alla storia. Scritto in prima persona, Cecilia ricorda gli anni della prima giovinezza, tutti spesi nello studio della musica e del violoncello. Il romanzo, che per dichiarazione dell’autrice è in gran parte autobiografico, ha un vero protagonista, che credo non sia una persona, ma un’idea di didattica della musica. Insomma, ciò che rende il libro bello e intenso non sarebbe lo stile, da cui poche volte emerge una voce inimitabile. Ma il valore paradigmatico di quanto si racconta, ricco di tanti dettagli di cui soprattutto chi ha praticato o vissuto insieme a un musicista di strumento ad arco, riesce a cogliere l’autenticità. Tutto il contorno di finzione, i personaggi secondari, l’amore e gli affetti familiari, il mistero intorno alla vita del maestro, sarebbero avvolti dall’ambiguità, lasciando alle terre fertili della reticenza ogni migliore definizione dei caratteri, luoghi e relazioni. Eppure …

Quanto rende bello il libro non sarebbe nulla di ciò che possa essere incluso nella categoria del letterario (una “voce autentica” che costruisce uno spazio d’esistenza), ma il valore di testimonianza di un’idea di insegnamento, che potrebbe essere estesa anche ad altri ambiti disciplinari, laddove ci sia sempre un maestro e un discepolo, un insegnante e uno studente.

Quindi: come è possibile che una bambina con difficoltà d’articolazione alla mano possa diventare una violoncellista, anzi una grande musicista? Il libro contiene una risposta che nella sostanza, tra i non addetti ai lavori, è anti convenzionale ed avrebbe il sapore delle cose “vere”. Ogni musicista vive una continua sfida con i propri limiti: dover adattare l’anatomia del corpo a quella dello strumento, smussare le sporgenze, affondare le mani nel cuore dell’arte. La lettura del romanzo allora acquista un valore metaletterario e il discorso si sposta su un contenuto ‘forte’.

Ovvero: qual è il ruolo di ogni maestro?

Il maestro ha una sua ‘visione’, e prepara un percorso di studi modellato con la personalità, il carattere, fisico e morale, dello studente. Contro il destino (il destino non ha colori: anche quello più nero può essere squarciato da una luce accecante) non ci si accanisce, le difficoltà possono diventare possibilità. L’espressività e l’intonazione sono qualità ben più importanti della forza e della resistenza. E così, il maestro osserva l’allievo, vince i pregiudizi; è ministro di un ideale, e come un profeta, dal tempio della musica, sfida il tempo, e scommette sul futuro.


Le prime dieci pagine di Almarina.

24 giugno 2020

Potrebbe essere un buon titolo per un buon libro, interessante captatio benevolentiae del lettore. Invece stai leggendo degli appunti sulle prime pagine di un romanzo finalista al premio Strega 2020. Potrebbe essere una mia stravaganza quella di parlare di ciò che non conosco a fondo, eppure sin dalle prime pagine è possibile indovinare il contenuto di un intero volume. E dopotutto le introduzioni e gli incipit sono fatti anche per questo.

Prima pagina: il luogo geografico dell’ambientazione citato nel primo rigo. È Napoli. Di questa città tutti sanno fin troppe cose. Sia chi abbia letto la Ortese oppure abbia visto un film sulla camorra. L’autrice scrive in prima persona, e afferma che qualcosa le grava addosso con riferimento indiretto alla città, ma più letteralmente alla vista di un palazzaccio al cui piano inferiore si trova l’obitorio (morgue) dell’ospedale. Poi ci viene descritto un ricordo: la protagonista è già stata lì tre anni prima per riconoscere il corpo del marito. Quel giorno era arrivata ultima in ospedale, le sorelle del marito invece erano in prima fila. Arrivata ultima perché non era stato possibile rintracciarla. L’hanno chiamata ma lei afferma che non rispondevo, come non risponderó alla maggior parte delle chiamate fondamentali all’esistenza
E aggiunge, con enfasi: Perché insegno nel carcere minorile di Nisida e il mio cellulare squilla nella cassetta di sicurezza all’ingresso, dove il regolamento vuole che stia.

Di questo romanzo non so nulla se non ciò che sto leggendo ora e appunto in questa pagina, pur riconoscendo che potrei incorrere ad errori di interpretazione. Credo che emergano chiaramente i temi della storia: Napoli (non folkloristica ma plumbea, secondo una tradizione letteraria firmata già da Bernari nel 1934), la morte violenta del marito, le sorelle del marito (quelle cesse delle mie cognate), l’insegnamento in un carcere minorile.

Nuovo capoverso. La donna ha trascorso una notte insonne, esce e va in tribunale, lunga descrizione del luogo. Quì rivede Almarina, emergono ricordi. Qui termina il prologo, nove pagine formato e-book. Perfetto. Di Almarina, che suppongo sarà la vera protagonista della storia, non so ancora nulla. Lei ha sorriso alla professoressa, come l’ha notata nell’aula del tribunale, e possiede la luce del futuro negli occhi. L’incipit del primo capitolo è un classico: “Mi chiamo Elisabetta Maiorano…”, il lettore intuisce che la vita di Elisabetta Maiorano s’intreccerà con quella della sua studentessa detenuta (?) Almarina, all’interno di una relazione non solo educativa o scolastica. E se Elisabetta è una donna in crisi, Almarina possiede la forza della giovinezza, o ben altro.
Una nota caratteriale di Elisabetta: definisce subito i perché delle cose. E questo, più che un aspetto psicologico o cognitivo, sembra essere una caratteristica dello stile della narrazione.
Faccio un esempio di ciò che io chiamerei la pillola del giudicare.
Pag 2: “non era un ospedale qualunque, non lo fu più dopo che ci avevo trovato mio marito, morto…”, il periodo termina con una similitudine che alleggerisce l’affermazione , “il viso come se ci avessero passato sopra del talco”. 

“Le sue sorelle, decise a detenere da lì in avanti il primato del dolore, così come in passato, per cose futili, ne avevano detenuto il monopolio”

Pag 3 “… non risponderó alla maggior parte delle chiamate fondamentali all’esistenza. Perché insegno nel carcere minorile di Nisida, e il mio cellulare squilla nella cassetta di sicurezza…”

“Ognuno di noi stava dove doveva stare …”
“Napoli è una città che ci sa fare con la morte…”

Pag. 4 “ le donne si vestono per celebrare”.
Pag. 8 “Almarina non aveva ricordi così “

E così via: giudizi, certezze, fino alla sentenza, quindi il parlare conciso ed efficace (l’apoftegma, credo si dica in retorica).

In attesa di leggere per intero il romanzo, mi chiedo come sia possibile una scrittura in cui, pur eliminando il punto di vista onnisciente della terza persona narrante, questo non ritorni così forte dentro una prima persona. E quindi vorrei che in questo romanzo si dimostrasse, contro le certezze e i modi indicativi del pensiero, che Napoli è una città che non ci sa fare con la morte; che ognuno sta dove non dovrebbe stare; che le donne non si vestono per celebrare; che Almarina ha ricordi come quelli della Maiorano (Maiorino forse era una professoressa tanto amata da un professore in un film…); che la Maiorano risponde alle chiamate fondamentali dell’esistenza; che le sorelle del marito non vogliono detenere il primato del dolore. E nel capovolgere il punto di vista, non si usi la figura retorica dell’apoftegma, ma la pillola del giudicare venga preparata dal lettore stesso, come quando un tempo il farmacista preparava la dose curativa nel retro della bottega.


The remains of the day

17 giugno 2020

“Non è letteralmente possibile assumere un simile atteggiamento critico nei confronti di un padrone e al tempo stesso fornire un buon servizio”. La frase in lingua originale suona così: For it is, in practice, simply not possible to adopt such a critical attitude towards an employer and at the same time provide good service. È qui l’errore di Mr Stevens. Credere che l’obbedienza al sovrano sia tutto, perché è il sovrano che garantisce la realizzazione individuale del suddito. L’errore consiste nel credere che alcuni valori, come la lealtà, non siano negoziabili. E invece, ci sono momenti nella vita in cui è necessario fare nuove scelte. La felicità è sempre un traguardo personale, contro tutti, anche contro se stessi.


Il freddo, Bernhard

9 marzo 2020

Al terzo rigo della narrazione (Die Kalte. Eine Isolation) autobiografica emerge un nome scritto in corsivo: Grafenhof, il reclusorio per tubercolitici nei dintorni di Salisburgo. Insieme all’ospedale di Grossgmain, sono questi due i luoghi in cui l’autore trascorre più di un anno di vita. È una scrittura della testimonianza e della riappropriazione: descrizioni di pensieri e reazioni, una ferocissima accusa contro la sanità austriaca negli anni del dopoguerra. Lucido e tremendo, uno stile senza vezzi, di impressionante segmentazione. Thomas Bernhard parla di sè, della malattia, della crudeltà, del cinismo, con una distanza da far impallidire ogni altro tentativo di narrativa che, dal fatto di salute, ricava intrattenimento, consolazione, se non speranza. Qui leggiamo il disvelamento di un’umanità reale e crudele. Finché Bernhard arriverà a conclusioni estreme … “per questo dovevo avere la forza di infrangere le leggi che regnavano qui, e anzi regnavano sovrane, e dovevo vivere secondo le mie proprie leggi, sempre di più secondo leggi mie, sempre di meno secondo leggi che mi venivano imposte. Dovevo seguire il consiglio dei medici soltanto fino a un certo punto, fin dove poteva essermi utile, non oltre, ogni consiglio andava seguito soltanto fin dove poteva essere utile e dopo averlo valutato a fondo.”


Una notte del ’43, Bassani

1 marzo 2020

Quando Pino Barilari si presenta nell’aula del tribunale, il lettore reclama vendetta. Ma il farmacista come la puntura di uno spillo in una vescica gonfia d’aria, aveva risolto in nulla l’enorme tensione generale.

E quindi chi legge si libera della retorica partigiana, la divisione tra buoni e cattivi. Improvvisamente guarda in faccia la realtà, come funziona. I fatti pubblici si scontrano con i fatti privati, oppure vanno a braccetto. Se Barili avesse testimoniato, sarebbe saltato anche il proprio mondo privato, e non avrebbe più fatto finta di non conoscere le intemperanze della moglie. Ha preferito tenere gli occhi chiusi, e accettare un utile equilibrio. Ma se la cecità è la cifra distintiva di Pino Barillari (ha contratto un matrimonio cieco), alla fine della vicenda, si apposta dietro la finestra di casa armato di binocolo e richiama l’attenzione dei passanti sotto casa. In questa relazione più materna che maritale, Barili non vuole perdere Anna. E se la tiene fin che può, sprezzando ogni senso di giustizia, salvando un criminale responsabile dell’eccidio di undici antifascisti.

Le parole sputate in faccia guastano i falsi sentimenti. Scrive Bassani, servendosi del discorso indiretto libero: C’era proprio bisogno di dormire assieme, per volersi bene? Lui non ci aveva mai tenuto molto, del resto, anche prima della malattia: da pensare anzi che in certo modo fosse contento, allora, di tornarsene nella cameretta dove stava da ragazzo… No, due potevano benissimo dormire insieme, eppure non amarsi affatto!


Quale confine, Gabriella Grasso

19 febbraio 2020

Nella poesia Azzurra notte il vulcano e la luna sono statici, imponenti e anche sovraumani. Il primo è roccia e fuoco, la seconda è serenamente appesa. Tutt’intorno il cielo è azzurro, e le stelle danzano. Tutt’intorno è vita e forse anche felicità. Rimangono saldi il vulcano e la luna. “… e vive ancora/ questa nostra notte/ il suo azzurro momento/ di felicità. La felicità dura il tempo dell’illusione, finché le cose saranno trasmutate in luce. Finché la materia non apparirà solo materia, c’è vita.

In Vuoti e pieni c’è un volto irriconoscibile (Nel vuoto/ del tuo viso che manca), inespressivo come la luna appesa in cielo, se non fosse magica perché immersa nella luce azzurra della sera. Le promesse, le azzurre promesse, e le fertili parole trattengono sullo scoglio della vita, e non si muore.

La poesia in limine, annuncio di poetica: Contatti. (Ero un pezzo di carne/ e di sangue che stillava/ dalla finestra … Per il mondo/ sono dovuta diventare/ account …). La poetessa si riappropria dell’autenticità del corpo, e dal proprio corpo come da una finestra sempre spalancata nel mondo, cerca di dare definizioni sullo stare nell’esistenza, filosofeggia per immagini. Stare al mondo significa perdersi. Ci si ritrova, si è, stando e osservando dal proprio luogo. Solo dal proprio luogo si comprende qualcosa dell’esistenza, e si promette respiro vivo e voce umana. Quale sia il luogo di Gabriella Grasso mi è difficile affermarlo. Sicuramente non è un luogo isolato, ma un luogo di contatto, da cui abolire le differenze, ritrovare il dialogo e la condivisione. Un luogo senza finzioni e confini. Così come è reale e irreale il paesaggio del vulcano, inesorabile e metafisico. Il luogo da cui comprendere la vita (sembrerebbero versi che rilanciano una sapienza soggettiva) è quello della fatica dell’amare, senza che mai la parola amore venga sbandierata. L’abbraccio che slega e allunga il passo nei confini degli altri, in torrenti ormai aridi, salite e strettoie; in altri abbracci di pochi istanti serpeggia/quel rivolo di noia ed ebbrezza/che ci appare vita.

Poesie che ricorderebbero una tradizione classica – quelle lunghezze di versi che inseguono altri versi per mezzo di connettivi e participi (si sopravvive … notti/senza speranza/schiacciati sotto il peso/ …. che … / che … /e) – se non la tradizione di metà ventesimo secolo riassunta in Quasimodo e Montale (Mi hai posato una conchiglia sulla spalla; il figlio dell’uomo non ha/pace e casa/…). Punteggiatura rarissima, strofe che sconfinano nelle successive, immagini talvolta immediate (lasciamo in dote un abbraccio/che sappia di pace e gioventù), altre volte rese enigmatiche per un accumulo coerente e contrastivo (Datemi un orizzonte … avessi almeno/ l’impulso il tremore … ).

Il volume s’intitola Quale confine, l’autrice è Gabriella Grasso, l’editore Kolibris. Da innaffiare come una piantina che cresce e rinverdisce col passare del tempo.


Foscolo e Parini

13 febbraio 2020

In tempi in cui scrivere era attività dell’intelletto, prima ancora che commerciale; quando il libro era prezioso e per pochi, cioè nella prima metà dell’Ottocento, quando ancora l’Italia era una realtà geografica ed un pazzo progetto politico, Foscolo in uno scritto dedicato a Giuseppe Parini (Letteratura del XIX secolo) così ne commenta le prime prove poetiche:

“Il Parini aveva già pubblicato alcune poetiche produzioni, le quali, dopo gli applausi d’uso e soliti a compatirsi ad ogni nuovo autore, andarono nell’oblio: solito destino dei primi saggi in belle lettere che non sono tanto spregevoli da muovere il ridicolo, né così buoni da eccitar l’invidia. Per questa ragione egli non volle mai in appresso permettere che gli accennati componimenti rivedessero la luce.”

Si svela una costante degli ambienti letterari o tra il pubblico appassionato (non spensierato) di scrittura. Il voler applaudire il mediocre, sapendo che in avvenire il poco si assottiglierà in nulla; e al tempo stesso invidiare l’eccellente, sapendo che il troppo toglie via il superfluo. Tra letterati c’è sempre competizione, e il plauso o il biasimo non dovrebbero appannare la coscienza dell’autore. Lui solo è consapevole, al caldo di coltri di narcisismo o disfattismo, di quanto valga la propria opera, e cosa con essa egli abbia voluto rappresentare. Il successo è talvolta una conseguenza inaspettata o ricercata, nonostante le congiure, nonostante ci sia sempre qualcuno che scrollando le spalle giudichi con sufficienza quanto è lontano dal comprendere.


Essere ‘contro’

18 giugno 2019


La via della salvezza non è tracciata dal sistema di potere (burocrazia e discorso pubblico), così come delegare la propria vita al potere dell’istinto, sarebbe un errore imperdonabile. La ragione filtra gli impulsi, così come dovrebbe filtrare i messaggi che il potere economico invia. Le democrazie occidentali sono immerse in un pantano di imperativi e consuetudini, che sono oggetto di dibattito quotidiano. Tutte cose che occupano spazio nella casa dei sentimenti e del pensiero, e non parlano al nostro essere al mondo se non per riflesso. Perché la via per la salvezza personale si attuerà in una condizione che si sarà conquistata in solitudine, quando le voci della società saranno spente, e si ascolterà la verità del silenzio.

In due la felicità sarebbe perfetta, ma si potrebbe essere già in troppi. La posizione in cui si pone chi riconosce la via della salvezza, è quella del separato dalla società, come si può essere separati da una moglie o un marito geloso. E nei loro confronti si pronuncia un discorso ‘contro’. L’invettiva, in certi casi. L’interesse della società è il funzionamento della macchina burocratica e il benessere materiale del corpo sociale; viceversa, l’interesse, il fine ultimo dell’individuo, è di ordine morale. Anche quando il bene morale, ovvero ciò che conduce alla felicità, è riposto in un bene materiale, il risultato ultimo si misura con un elettrocardiogramma dell’anima. Nel cuore è il nostro tesoro. Essere ‘contro’ una felicità pubblica e condivisa è presupposto per l’emancipazione del ‘cuore’: per riconnetterci con le viscere (le radici) della nostra personalità. Presupposto per dare a Dio ciò che è di Dio, e a Cesare una saggia e totale indifferenza emotiva nella compilazione della dichiarazione dei redditi.

Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXII. Publio Papinio Stazio dialoga con Virgilio. Dante ascolta in silenzio, come può ascoltare uno studente. Stazio, a differenza di Virgilio, non è confinato nel limbo, ma si salverà. Sconta l’essere stato prodigo in vita, uno spendaccione, ma si è pentito in tempo. A salvarlo sono stati i versi di Virgilio.

Per te poeta fui, per te cristiano

Vissuto al tempo di Domiziano, secondo la ricostruzione di Dante, Stazio si avvicinò al fermento della religione di san Paolo, già diffusa tra le donne della corte dell’imperatore, anche se questi, negli ultimi anni del suo impero, ne avviò la persecuzione. 
Stazio afferma … ebb’io battesmo; /ma per paura chiuso cristiano fu’ mi, / lungamente mostrando paganesmo. La lettura, la poesia, lo studio, l’adesione ai valori della minoranza lo hanno salvato. É stato ‘contro’.

Le mode, politiche e culturali incrementano il benessere materiale, pur persuadendo a falsi convincimenti spirituali. Al mutare del vento però cambieranno anche le idee e i sentimenti. 


A smile, not a smile

30 maggio 2019

… a smile – not a smile – I remember it, but I can’t explain.

Così Marlow chiosa, ricostruendo il primo incontro con il direttore della spedizione. La costruzione retorica della narrazione risulta spesso sfuggente. Il cuore di tenebra cui la scrittura rimanda, è un mistero. Orientare la lettura in una duplice tensione: chiaroveggenza e mistero ineludibile: sarebbe la vanga adatta per disotterrare il pensiero dello scrittore. Il visibile dentro cui è rintanata una forza oscena, crea vibrazioni dissonanti; il timore che qualcosa di impressionante possa capitare in qualsiasi momento, aleggia come un avvoltoio sui residui di razionalità europea. Lo scontro tra ordine e disordine, organizzazione dei ruoli e irrazionale forza aggregativa: i figli della ragione sbattono la testa sul muro altissimo dell’incoerente vitalismo dell’esistenza.

“It is funny what some people will do for a few francs a month. I wonder what becomes of that kind when it goes up country?” É un domana retorica che lo svedese, sono sue le parole, rilancia a Marlow. “I said to him I expected to see that soon” risponde lui con curiosità. Cosa diventa l’uomo quando abbandona la civiltà? La risposta è nelle parole di Kurtz: qualcosa di bestialmente vorace e luminoso, un trionfo mistificatore – The horror! The horror! Kurtz è il mago stregone colonizzatore bianco, ha stretto patti di convivenza con il lato oscuro del modo, per soggiogarlo e trarne utile commerciale: l’avorio.

“The other day I took up a man who hanged himself on the road. He was Swede too. Hanged himself! Why, in God’s name? I cried. He kept on looking out watchfully. Who knows? The sun too much for him, or the country perhaps.” Così conclude lo svedese. Uno si è impiccato, non ce l’ha fatta a resistere al sole, troppo caldo, oppure è stata la violenza del paese, l’esaltazione bruta, in una parola: l’orrore.


Dolores è morta

29 maggio 2019
Lolita, Nabokov

Humbert è come se avesse ucciso Charlotte, e con Charlotte è morta anche Dolores. Prende la macchina, lascia la casa in cui sono vissuti tutt’e tre per dieci settimane, e corre al college per coronare suo desiderio – vivere con Lolita. Ma Dolores è morta. Ce lo svela Nabokov nel ventiquattresimo capitolo del romanzo. Tutto in quel capitolo è funereo. Il cielo cupo tuona. La casa è una casa livida – the livid house -. Anche il bacio di Jean è tinto di nero, perché lei, Jean Farlow, morirà di cancro due anni dopo. Così Humbert va via, abbandona la realtà, e insegue la ninfa, e lascia sull’asfalto il ricordo di Charlotte, curled up, her eyes intact, their black lashes stil wet, matted, like yours, Lolita.