Ettore, l’eroe troiano dell’Iliade, propone un piano tutt’altro che brillante e ingegnoso: “Io darò un carro e due cavalli superbi a colui che oserà avvicinarsi alle navi e vedere se le custodiscono i Danai o se pensano alla fuga …” I Troiani rimangono muti, in silenzio. Nessuno risponde all’appello di Ettore: avvicinarsi al campo di Agamennone sarebbe un’impresa troppo pericolosa, nonostante la ricompensa.
Eppure uno sciocco, un giovane stupido e coraggioso si trova sempre, uno che è pronto a prendere su di sé un’impresa organizzata male. Si tratta del figlio del ricco e nobile Eumede, unico figlio maschio tra cinque sorelle. Egli è un abile corridore, ma d’aspetto brutto (particolare riferito da Omero, che potrebbe suggerire riflessioni psicologiche in relazione al celebre mascheramento). Egli farà la spia in campo nemico se Ettore avrà promesso in dono i cavalli e il carro di Achille. Ettore non esita a promettere ciò che non è suo e non potrà mai diventarlo. A Ettore non sembra vero che ci sia qualcuno pronto a vendere la pelle per ‘nulla’. Ettore sarebbe stato un vero capo se avesse aperto gli occhi al suo giovane ardimentoso, mettendolo in guardia dei pericoli. Invece lo gonfia di vanagloria. E una vana promessa è ciò che rimane per trovare volontari nell’impresa. Ettore, il capo dei troiani, si sente furbo, ma è stolto; crede di poter giocare con l’ambizione, e illude (Avrai i cavalli di Achille): il coraggio è tutto nel gesto, nel sogno di gloria, vano e stupido, alla prova con la realtà. (altro…)


Come essere un guerriero nella vita? Uno che non abbassa mai la testa, e che dice le cose a voce alta. Uno che si fa sentire anche nella confusione, e che difende i propri valori.
Le Muse, confessa Esiodo, gli sono apparse, come sulla via per Damasco, e hanno così parlato:
la tradizione manoscritta ha tramandato un testo anonimo, che narra della genealogia di Esiodo e di Omero, e di una loro gara poetica, un Certame svoltosi a Calcide, nell’Eubea, in occasione delle gare bandite per la morte di Anfidamante.
Enigmatico mi è subito parso il mito di Pandora, questo mito tutto esiodeo.
Nella Praefactio alle Naturales quaestiones Seneca afferma che la filosofia non si accontenta di studiare le cose visibili (non fuit oculis contenta), ma indaga chi è Dio (quid sit deus). Chi non ricerca la conoscenza, ma si compiace solo dei beni materiali (ricchezza, potere, sazietà), si comporterebbe come le formiche, anzi, in tal caso, nulla distinguerebbe le formiche dagli uomini, se non la misura del corpo (quid illis et nobis interest nisi exigui mensura corpuscoli?). Un’idea così generosa e prepotente delle facoltà razionali dell’uomo contraddice quella che è oggi la pratica quotidiana: chi tra gli uomini giornalmente si chiede razionalmente chi è Dio? La religione solitamente dice di credere in Dio, non di conoscerlo. La filosofia oggi cerca Dio? Il filosofo che vorrebbe giungere a conoscere Dio (e lo conosce), perché tale conoscenza possa renderlo impermeabile alle beghe del potere e della servitù materiale, si mostra al di sopra dell’umano comune, quindi in maniera eccezionale si fa crescere la barba, si veste, per dire, all’indiana, incrocia le gambe: ed ecco un saggio! Dio è … imitando Sgalambro, chiamerei questo filosofo, il filosofo edificante.
Chissà da quanto tempo non vengono aperte queste imposte? Dentro è buio ancora, e fuori le ore hanno infuriato. Come un volto trasformato dagli anni, segnato da rughe; un corpo inclinato dalla malattia: le ossa lentamente si sono inclinate, la tessitura muscolare si sforza a mantenere diritta la struttura. Ma accanto a questo lento declino c’è un fiore spontaneo, che vorrebbe addolcire la rovina, e ferma il tempo, e pronuncia il suo per sempre.