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Provincia Letteraria

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  • Chi sono
  • Sulla consolazione della poesia

    Una lettura delle poesie di Mariangela Gualtieri

    Vorrei analizzare il primo componimento della raccolta Le giovani parole di Mariangela Gualtieri, perché a me sembra contenere una dichiarazione di poetica.

    La miglior cosa da fare stamattina

    per sollevare il mondo e la mia specie

    è di stare sul gradino al sole

    con la gatta in braccio a fare le fusa.

    Sparpagliare le fusa

    per i campi la valle

    la collina, fino alle cime alle costellazioni

    ai mondi più lontani. Fare le fusa

    con lei – la mia sovrana.

    Imparare quel mantra che contiene

    l’antica vibrazione musicale

    forse la prima, quando dal buio immoto

    per traboccante felicità

    un gettito innescò la creazione.

    Il volume è composto da diverse sezioni: Gemma dell’anno prossimo, Ma’, Studio sullo stare fermi, Le giovani parole, Tua prodigiosa visione (poesie per Bruno Schulz), Bello mondo, Esercizi al microscopio.

    Non sono propriamente un esperto di poesia. Ma da lettore mi pongo alcune domande. Domande molto semplici. Per esempio: cosa racconta Mariangela Gualtieri. Uso il verbo raccontare, e forse avrei già fatto un passo falso. Eppure le poesie della raccolta sembrano formare un lungo racconto, fatto di estasi, dolori, gioie, ricerca e scoramento. L’oggetto del racconto è la ricerca della pienezza dell’essere, la gioia. Il protagonista sarebbe (mi perdonerete per la semplicità dei miei vocaboli ) il cuore. Scrive: Non angustiarti – cuore – se il tuo /udire si interrompe /e non c’è un giorno intero/ per l’innesto dei tuoi tamburi/ col battito potente universale. Dove i tamburi stanno per battiti, e battito potente universale sta per mistero della musica del creato. Anche quando la poetessa scrive Nella mia testa non c’è altro che mare/ altro che mare incantatore – altro nient’altro / che mare e sole in un crescendo silente/ e dormiente. La testa non è altro che il cuore, l’unico organo capace di ascoltare il mistero, l’irrazionale. E se dico cuore dico corpo, sensitività. 

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    17 aprile 2021
    ermetismo, franco arminio, gualtieri, le giovani parole, poesia

  • Nota di lettura sul romanzo “Le ripetizioni”

    La padrona di casa fa accomodare il tecnico in salone: quando arriva lui, il tecnico, il tecnico non è mai un tecnico qualsiasi ma un misterioso tecnico che possiede abilità rare, anche invidiate, di sicuro preziose; il tecnico non ha un qualsiasi talento manuale, un mestiere come altri, ma il suo mestiere ha fama di trascendere il funzionamento meccanico delle cose di questo mondo, e attinge alle sfere intangibili e incommensurabili della sensibilità umana, questo tecnico è esperto nel penetrare la natura segreta delle cose, come quei medici metafisici che operano il corpo del paziente e sanno di curarne anche l’anima.

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    25 gennaio 2021
    Boesendorfer, giulio mozzi, le ripetizioni, Thomas Bernhard, Walser

  • Il salto del cavallo

    Mi sono imbattuto in questi giorni in un racconto di Massimo Bontempelli, scritto nel 1940, dal titolo le Ali dell’Ippogrifo. Ruggiero, famoso paladino già nel Orlando furioso, cavalca l’Ippogrifo, o meglio è l’Ippogrifo, quadrupede augello con testa e ali d’aquila, che trasporta Ruggiero nelle superne sfere celesti. Ruggiero trasportato in cielo a piacere dell’Ippogrifo osserva dall’alto le terre emerse e l’oceano, finché non scorge un’isola. Parla col cavallo alato, pregandolo di terminare il volo sull’isola, che sembrerebbe abitata e anche ospitale. Allora l’Ippogrifo inizialmente fa di testa sua, cioè passa oltre, poi, soggiogato dalle carezze e dalle parole del padrone, volteggiando si abbassa di quota, raggiunge la terra. Ed ecco che gli abitanti non sono per nulla meravigliati nel vedere un animale volante, tanto sono impegnati nelle loro ripetitive faccende quotidiane. Solo una persona, solo una donna, strappa un ramo frondoso da una pianta, e incomincia a fare segni, e saluta da lontano. 

    Questa donna dimenticherà le abitudini dell’isola, si legherà affettivamente a Ruggiero, e insieme cavalcheranno per le vie del cielo, finché una notte, l’uomo, volendo ritornare in patria, monta sull’Ippogrifo e abbandona la donna, la quale, esclusa dalla comunità in cui vive, deve fare i conti da sola col frutto dell’amore.

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    25 dicembre 2020
    bernhard, bontempelli, francesco gianino, mare nostrum, ortese, salto del cavallo

  • La regina degli scacchi, Walter Tevis

    Da questa mossa, che è un sacrificio tattico, prende titolo il romanzo di Walter Tevis, Queen’s Gambit (1983), tradotto liberamente in Italia come La regina degli scacchi. Il titolo originale ha un significato ben più sottile di quello italiano che si propone di non spaventare il lettore. Tuttavia questo rimane un libro di tecnica scacchistica.


    La vita di chi vuole raggiungere obiettivi eccezionali, coltivando un proprio talento, è sempre bivalente, fatta di successi clamorosi e sacrifici letali. Chi vince, ha qualcosa da perdere. Oppure: proprio chi ha già perso tutto, ha bisogno di vincere. Il sacrificio è il pane quotidiano di chi vuole andare avanti nella vita.
    Questo il nocciolo della storia, per dare senso alle cadute, agli stati d‘ansia, ai rimedi dell‘alcol, e anche a un’affettività ferita. Sarà pur vero che per giocare a scacchi bisogna essere calcolatori, e controllare le emozioni. Si gioca con regole e pezzi di legno. Chi non controlla l’emozione, perde. I russi sono i migliori, monaci della scacchiera in borghese.
    Nabokov, in La difesa Luzin (1964), aveva già scritto il romanzo di uno scacchista. Lì sono invisibili le partite sulla scacchiera. Anzi, per descrivere il movimento dei pezzi, si dice che il cavallo “galoppa”. Quello di Nabokov è un romanzo sul conflitto tra genio e normalità. Gli scacchi fanno da cornice. Differentemente in Tevis: la cornice, lineare e sottile, è il conflitto tra genio e normalità; il dipinto sono pagine e pagine di tecnicismi, come le perline di un rosario: tutta la faccenda (partite e tornei) sarebbe fin troppo didascalica, se non fosse valorizzata da una lingua filastrocca. Tevis trova un modo per evitare le lettere e numeri della codificazione scacchistica (Cavallo F6 per esempio) e descrive una continua litania di … pedone di alfiere di regina (che in inglese suona: queen bishop pawn) alternando per esempio con … pedone e4 (che in inglese suona pawn to king four, ovvero: pedone di re sulla casella quattro o non so come dire altrimenti), knight to king beshop three (che sarebbe Cavallo c3), cavallo di re che mangia il pedone della torre, e in questo vortice incantato, leggero e volubile, la partita ha un suono ipnotico, la scrittura trova una sua tensione di suono più che di senso. Dovremmo prendere una scacchiera, mettere su i pezzi e ricostruire tutto. Ma sarebbe un po’ troppo per i lettori di narrativa.

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    22 dicembre 2020
    beth, queen's gambit, regina degli scacchi, tevis

  • L’inferno dei vivi

    La ricostruzione del fatto di cronaca è esemplare. La strategia di narrazione – ellissi, reticenze, riprese, sospensioni, descrizioni, confessioni, autobiografia, intrecci di voci, un crescendo turbinoso a due voci proprio quando il turpe fattaccio criminale si rivela – è ritmo, agogica, per servire al lettore una ricca cena piccante. Il fatto di cronaca e l’iter giudiziario diventano narrazione.

    I precedenti letterari, dove la narrazione è impalcatura di fatti di cronaca o storia accertati, sarebbero diversi. Dal Manzoni della Colonna Infame alla novella di Verga sui fatti di Bronte, Libertà, ricorderei pur nelle differenze I racconti di Ferrara di Bassani, e Primo Levi. Gomorra. Non vorrei sbagliarmi citando un altro Premio Strega: Albinati e La Scuola Cattolica. La narrazione della realtà entro cui si muove l’autore personaggio. E, il primo di tutti, Dante. Pure lì c’è storia, cronaca e autobiografia. Poi Sciascia, chiaramente, Le Parrocchie di Regalpetra. Un io dentro la cronaca documentata. Il romanzo della realtà. La vita che supera in eccezionalità l’immaginazione. L’impegno dell’intellettuale. E non si può non tracciare una linea di continuità: Pasolini – Siti- Lagioia, il racconto del vitalismo di una certa gioventù romana, dal dopoguerra alla società dell’immagine. Il contagio tra i livelli di società, l’alto e l’abbietto. Ma era già il citato Giovenale che riferiva di ricchi scostumati, e Petronio, benché abbia fatto muovere i suoi in città di matrice ellenica, fa ricco e osceno chi imita l’immagine dei nobili senatori di Roma, e fa parodia della morte stoica, da Seneca a Dalida. I soldi (il benessere) non sono mai stati garanzia di integrità morale. Anche i figli di papà non sono immuni da perversioni. In Giovenale e Petronio c’era però del moralismo. Qui no. L’autore vuole solo capire il perché e il come.

    Ridurre un crimine così efferato e gratuito (la sentenza è chiara e inequivocabile) a una colpa di cui chiunque, per una serie di coincidenze, potrebbe macchiarsi, vorrei credere sia un modo semplicistico per avvicinare il libro al lettore. Gli individui prima di essere fenomeni di un contesto sociale ed economico, come barche in tempesta, hanno un marchio di fabbrica donato a loro dal maestro d’ascia (educazione), ed esercitano il libero arbitrio (cultura). L’inferno di Dante è popolato da anime che dell’arbitrio non seppero che farsene. Oppure di quanti, malamente servendosene, hanno lavorato per la città di Dite, quella delle anime infernali .

    La città dei vivi di Lagioia è l’antifrasi del luogo della pace e del bene (Civitas Dei), anche se (o forse proprio per questo) a Roma abitano due papi. Uno sconvolgimento dell’ordine. Anche Dante percepì lo sconvolgimento dell’ordine universale al trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone. E poi negli anni quaranta ci fu la peste a Firenze, e Boccaccio che restituì al caos ordine, usando tutta l’ingegneria del Decameron. Oggi l’epidemia del virus. E vorremmo che tanta stupidità umana, esercitata dalla malizia contro il prossimo, possa non rigenerarsi nei nuovi e migliori tempi che verranno. Stolta utopia.

    Poi c’è un discorso sul cieco egoismo (narcisismo). Tutti pensano a sfangarla o dare un’immagine di sé positiva, anche quando parlano e straparlano della vita degli altri. E dal romanzo cronaca è immediato per il lettore curioso virare alle pagine Facebook di oggi, quelle al di qua del romanzo, googlare nomi e cognomi, percepire sempre quella stessa malattia dei tempi del farsi vedere e farsi sentire (a torto o a ragione). Essere attori di se stessi dinanzi alla platea dei like, foto e commenti. Inseguire l’immaginazione.
    Ma cos’è la realtà a venti quasi trent’anni?
    Senza un ideale, uno di quelli che è fatica e scintilla, luce e sacrificio, cos’è la realtà?

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    18 dicembre 2020
    citta dei vivi, LAGIOIA, Roma

  • Arpino, La suora giovane

    Il romanzo è stato scritto nel 1959. La scrittura diaristica è ampiamente tradita da ampie sezione dialogate a ritmo serrato. La scelta di premettere per ogni capitolo l’indicazione del giorno mese e anno è conseguente al tono intimo da confessione. Del genere diaristico il romanzo raccoglie le potenzialità piuttosto che i limiti. Diaristico è il ripiegamento intimistico, le descrizioni. Torino sotto la pioggia, i portici, il tempo grigio, gli operai della fabbrica, la pensilina dell’autobus. Alla forma confessionale poi segue quella più narrativa che mette benzina al meccanismo della storia. Il lettore potrebbe averne troppo della sfigatagine di Antonio, ma c’è una sotto trama sentimentale. Il nostro s’innamora di una giovane suora adocchiata sotto la fermata dell’autobus, ma è già fidanzato con un’altra donna. Un storia sentimentale in declino e l’altra in crescendo.

    Antonio si confessa perché vorrebbe trasgredire. È trasgressione l’amore per l’angelo. Antonio idealizza Serena. Con la donna angelo è possibile pensare un vero amore. Realizzarlo sarebbe trasgressione, l’uscita liberatrice dal dannato cerchio della società borghese. L’amore di Antonio è rifiuto della donna così come è.

    La ragazza, al contrario, è tanto concreta da desiderare l’emancipazione attraverso il matrimonio. Serena vuole entrare nel cerchio magico della borghesia. Per fare questo è pronta a tutto. Ma Antonio quel treno per Ferrara non lo prenderà mai. Sarebbe una regressione. Il presunto angelo è tutt’altro che puro, porta con sé il desiderio di libertà.

    Se sposi una donna più giovane di venti anni, consiglia il padre di Serena a questo Antonio maschilista e sognatore, non sarà la differenza d’età a smentire il vostro amore, ma la tua pazienza.

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    1 dicembre 2020
    angelo, arpino, emancipazione, suora, suora giovane, torino

  • Ercole Patti visita la casa museo di Bellini

    Dal Diario Siciliano di Ercole Patti le pagine datate al Settembre 1957 svolgono la cronaca di una visita al museo belliniano di Catania svoltasi in compagnia dello scrittore e amico Mario Soldati. A piedi, dopo aver percorso la via Crociferi, i due visitatori allungano fino al portone della Casa di Giovanni Verga, e poi ritornano alla palazzina settecentesca che si affaccia in via Vittorio Emanuele. La casa del musicista è diventata un piccolo museo che raccoglie piccoli oggetti, reliquie del padrone di casa, Vincenzo Bellini. Non c’è retorica, “il cortile settecentesco è zuppo di umidità”, “una donna in ciabatte indica familiarmente la scaletta che porta all’appartamento”. L’atmosfera dimessa di casa privata è la caratteristica del museo, senza i freddi tratti della celebrazione. Sembra un luogo della vecchia Catania abitata da piccoli impiegati, scrive Patti. Piccoli cimeli, segni d’una presenza invisibile (la tastiera del cembalo scoperta come se…). L’appartamento è “modesto”, pur conservando testimonianze di gloria artistica. Poi un “camerino piccolissimo”, un signore è seduto dietro la macchina da scrivere: il maestro Pastura, direttore del museo, appassionato e competente della musica di Bellini.

    I visitatori si soffermano nella stanza degli autografi. Soldati canticchia qualche melodia leggendo dallo spartito. Il quaderno degli appunti musicali offre spunto per una conversazione sulla tecnica compositiva del musicista. L’unico documento che richiami un’idea di grandezza sembra essere una lettera di D’Annunzio, la sua calligrafia, una poesia dedicata a Bellini, un ampio, clamoroso e notissimo autografo.

    Poi uno sgabuzzino in cui è riposta la bara con cui il corpo di Bellini nel 1876 fu riportato da Parigi a Catania. C’è spazio anche per la maschera funebre. Ma tutto questo ha piuttosto l’aria cordiale dei vecchi oggetti in disuso che si custodiscono affettuosamente nei solai di certe casa siciliane.

    Questo piccolo museo custodisce una grande ma breve esistenza. Raccoglie con semplicità i resti mortali del tempo. Le analogie alla luce vivida e malinconica che invade la casa di Verga sono almeno due. Una volta fuori, la vita del Corso Vittorio Emanuele avvolge i due visitatori, un leggero odore di pesciolini fritti.

    Una testimonianza malinconica e commossa. La visita al museo è ancora oggi possibile, e forse non è cambiato molto in questa piccola casa museo del 1957: piccoli oggetti, appunti musicali, manifesti teatrali, qualche lettera, dove sembra che si aggiri ancora oggi il fantasma poetico di Vincenzo Bellini.

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    1 dicembre 2020
    Bellini, casa museo, Catania, diario siciliano, errcole patti

  • La rovina dell’amore, su Petrarca e Franco Arminio

    Francesco Petrarca si stringe nel ricordo di Laura, quand’anche la donna sia lontanissima e pure non più giovane. Il tempo fugge, e raspa l’avvenenza. Ma il poeta s’avvolge nell’immagine di quella Laura che aveva acceso l’incendio della passione. Il sonetto XC del Canzoniere è dedicato alla rovina della bellezza (così scrive Santagata nel suo L’amoroso pensiero), presentimento dell’inverno dell’età morta. Un sonetto sulla fine, che è invece celebrazione della bellezza divina: aura e lauro, natura, paesaggio, campagna, dolci e fresche acque, e azzurra vibrazione luminosa.

    Quindi: Erano i capei d’oro a l’aura sparsi/ che ‘n mille dolci nodi gli avvolgea,/ e ‘l vago lume oltra misura ardea/ di quei begli occhi ch’or ne son sì scarsi … (I biondi capelli erano sparsi al vento, che li avvolgeva in mille dolci nodi, e ben oltre le umane qualità sfolgorava la luce scintillante di quegli occhi, che ora ne sono così poveri …). Laura è luce, vento, sole, amoroso raggio. Notte e pioggia scende e cade di contro alla solitudine, quando sconforto e rifiuto congela il cuore di Petrarca.

    Franco Arminio sembrerebbe che costruisca visioni poetiche assommando ombra e luce. Rovina della carne e luce dell’estasi che lavorano sull’assolato mistero della bellezza. Rovina ed eternità amorosa, registrati con sensibilità contemporanea. Un ritrarsi e credere alla folgore. Scrive: Ora che non posso vederti/ mi piace immaginarti mentre guardi/ una vacca, un cane, un cardo./ Non so se lo ricordi/ il ramo storto dei miei sguardi. Come gran parte della tradizione lirica d’amore, pure classica, di ogni tempo, l’amore ha bisogno di rivelarsi in continuità con la natura, le leggi misteriose della vita. Anzi, toccando la natura il sentimento (passione e comunità) trova la Bella d’erbe famiglia e d’animali. Il ricordo dell’amata si rinforza accanto a un cardo, un cane, una vacca. Cose alte, altissime, e cose basse, di poco conto e impoetiche: la vacca e il cardo. La bellezza del sentimento e la rovina verso il basso, il ramo storto. L’aura che è Laura.

    Ma a differenza dei tempi di Petrarca e Foscolo, non c’è natura oggi che non sia lontana da noi, qualora occidentali inurbati al novanta per cento. L’amore, che nell’artifizio intelligente e utilitaristico della città è fatto di carne, giuramenti sottoscritti e festeggiamenti, ha bisogno, per essere posseduto nell’espressione linguistica e poetica, di succhiare luce da un ramo storto, la cui incongruenza per noi è miracolosa, dai fiordi e dal grano, ma il grano il fiordo e il ramo storto non cambiano natura, a differenza del lauro e dell’aura. C’è una separazione tra noi e loro, gli extra umani.

    E quindi: Non me lo scordo/ il tuo sesso profondo/come un fiordo. (da Cedi la strada agli alberi)

    Separazione (noi e la natura) e mistero. La carne, chiamata per nome e cognome, e la natura così com’è. In mezzo, il legame sentimentale, il salto dell’immaginazione: la luce, che non è persona, ma stato di grazia.

    ©francescogianino

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    16 settembre 2020
    foscolo, francesco petrarca, franco arminio, santagata

  • La scuola che stanca

    Thomas Bernhard e Peter Handke potrebbero avere più cose in comune, ma almeno due sono certe. Entrambi austriaci, tutt’e due poi non sono teneri nei confronti delle istituzioni culturali del loro paese. In Bernhard si leggono parole incendiarie verso la scuola. In Estinzione lo zio Georg confida al nipote che in Austria ho l’impressione, quando sono in treno, che nello scompartimento siedano solo titoli di professore e di dottore, non persone, che per le strade camminino solo orde di diplomi, non giovani, solo consiglieri di corte, non vecchi. Come mio padre aveva fatto con il diploma di licenza della scuola professionale per i lavoratori del legno, anche mio fratello aveva appeso alla parete sopra la sua scrivania il diploma di licenza della scuola forestale di Gmunden, in una spessa cornice, come se si trattasse di pale d’altare. la conclusione di quelle loro scuola, senza dubbio necessarie ma in tutto e per tutto ridicole, la sentivano come il culmine della loro vita. Tutto il mondo soffre della malattia dei diplomi e dei titoli, che rende impossibile una vita naturale. Ma nei paesi latini non si sono ancora raggiunte in questo campo, assolutamente, le estreme, deprimenti condizioni austriache e tedesche, diceva mio zio Georg (trad. Lavagetto).

    La sensazione o la condizione di stanchezza per il premio nobel Peter Handke ci mette dinanzi ad un bivio che conduce in luoghi fertili e luminosi oppure territori incolti e inospitali. La scuola, naturalmente, rientra tra le esperienze più deprimenti. La stanchezza nelle aule con il passare delle ore mi faceva anzi al contrario diventare riottoso o arrabbiato. Era in genere meno l’aria viziata e lo stare stipati degli studenti a centinaia, quanto piuttosto la non partecipazione degli insegnanti alla materia che pure avrebbe dovuto essere loro. Mai più ho visto gente così inerte (trad. Picco). L’esperienza scolastica svilisce la vitalità dello studente.

    A sentire parlar male della scuola, si finisce per crederci. Chiunque sia stato studente, ha avuto tra i tanti suoi insegnanti, due tre che esprimevano inerzia o apatia. E seppure da punti di osservazione e contesti culturali diversi, denigrare l’insegnamento è uno sport che viene bene a tutti. È divertente, vendicativo e innocuo, ma non fa bene alla professione. Ricordo un passo di Cicerone tratto dalle Tusculanae Disputationes (I,4). L’oratore difende la filosofia e il valore della cultura (a quei tempi prevalentemente in lingua greca) dal disprezzo che godevano presso le famiglie più aristocratiche di Roma. Non la poesia o la filosofia, ma i valori tradizionali formavano il giovane romano, futuro soldato e pater familias. I Catoni contro gli Scipioni. Philosophia iacuit usque ad hanc aetatem nec ullum habuit lumen litterarum latinarum […] Honos alit artes, omnesque incenduntur ad studia gloria, iacent ea semper quae apud quosque improbantur (La filosofia fino ad oggi è stata trascurata né ha mai ricevuto alcun lume dalla letteratura latina. Il prestigio è l’alimento delle arti, ed è il desiderio di gloria che spinge a praticarle, mentre sono abbandonate le attività in discredito presso le varie genti).

    ©francescogianino

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    12 settembre 2020
    Cicerone, estinzione, peter handke, Thomas Bernhard, tusculanae disputationes

  • Come non dimenticare un amore

    Una visita alla città di Roma rinnova l’ardore per le cose sante e sacre, la magnificenza della religione, le bellezza delle chiese e degli arredi, le cerimonie, il volto severo del Cristianesimo. A metà Trecento, Roma non era la Roma dei papi rinascimentali. Il poeta osserva le manifestazioni della santità e vorrebbe imitare lo spirito. Ma quello, nella finzione poetica e nella sostanza, è stato solo un viaggio per fuggire da altri pensieri, più per distrazione che per vocazione, e il mondo fa guerra nel cuore di Petrarca, ben schierato sotto l’insegna della sua Donna: Laura. Fare esperienza che la fuga, questa fuga, da un nemico (Laura) all’altro (Dio), non è il miglior modo per vincere un nemico amato, mette il poeta in agitazione. Impallidisce, s’agghiaccia dentro, trema e brucia, il ghiaccio della ragione morale e il fuoco del desiderio. Due forze opposte che si fanno battaglia, senza che vi sia vincitore.

    L’aspetto sacro della terra vostra

    mi fa del mal passato tragger guai,

    gridando: sta su, misero: che fai?

    E la via di salir al ciel mi mostra.

    Ma con questo pensier un altro giostra,

    e dice a me: perché fuggendo vai?

    Se ti rimembra, il tempo passa omai

    Di tornar a veder la Donna nostra.

    I’, che ‘l suo ragionar intendo allora,

    m’agghiaccio dentro in guisa d’uomo ch’ascolta

    novella che di subito l’accora.

    Poi torna il primo, e questo dà la volta.

    Qual vincerà, non so; ma infino ad ora

    Combattut’hanno, e non pur una volta.

    (Francesco Petrarca, Sonetto XLIV)

    La fuga non è sempre il miglior modo per sconfiggere un amore sgradito. Quia malum suum circumferenti locorum mutatio laborem cumulat, non tribuit sanitatem. A chi porta con sè il male, mutare luogo aumenta il travaglio, non dà la salute, dice Agostino nel Secretum. Qualche pagina avanti offre un consiglio pratico. Se fuga dev’esserci, deve avvenire senza la speranza del ritorno cosicché le difficoltà di una nuova vita avranno la forza di ridimensionare e sconfiggere il ricordo dell’amata. È un consiglio estremo. C’è stato un tempo chi, per affari di cuore, si arruolava nella Legione straniera oppure faceva biglietto solo andata per un’isola dei Caraibi. Ma Agostino afferma che chi fugge, se fuggire deve, è bene che scelga luoghi affollati. Tam diu cavendam tibi solitudinem scito, donec sentias morbi tui nullas superesse reliquias. Ubi enim rusticationes nichil tibi profuisse memorasti, minime mirari decuit. Sappi che per dimenticare un amore bisogna evitare la solitudine finché non si guarisce. Andare a vivere in campagna è servito a poco. Per fuggire dal male sei corso verso la morte! Morbum fugiens currit ad mortem!

    Quisquis amas, loca sola nocent, loca sola caveto

    Quo fugis? In populo tutior esse potes.

    Ha scritto Ovidio nei Remedia amoris: nella folla, tra le pesone, potrai essere più sicuro. E ancora Petrarca in CCXXXIV: e ‘l vulgo a me nemico et odioso/ (ch ‘l pensò mai?) per mio refugio chero: / tal paura ho di ritrovarmi solo.

    Un viaggio a Roma non è servito a cancellare la memoria di Laura.

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    26 agosto 2020
    agostino, canzoniere, petrarca, secretum, sonetto XLIV

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