Falò è l’ultima parola che conclude l’ultimo romanzo di Cesare Pavese. La frase per l’esattezza è la seguente: L’altro anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò. Il rogo finale non è propiziatorio, parte di uno scaramantico rito di purificazione e fertilità contadina, bensì è utile per bruciare il corpo di Santina, accusata di essere una spia fascista. Il partigiano Baracca legge l’imputazione d’accusa e la sentenza finale. La ragazza seduta ascolta. Poi è condotta fuori, cerca di scappare, ma è colta da una scarica di mitra. Il corpo viene bruciato. Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla così. Faceva ancora gola a troppi. Sarmenti e benzina, poi un gran falò.
Nel primo capitolo de Luna e i falóCesare Pavese s’inventa un paragone interessante. Il paese dell’infanzia, dopo una lunga assenza, mi faceva l’effetto di quelle stanze di città dove si affitta, si vive un giorno o degli anni, e poi quando si trasloca restano gusci vuoti, disponibili, morti. Il protagonista di nome Anguilla è uno sradicato. Nella vita è stato un po’ qui, un po’ lì, ha cambiato i luoghi dell’esistenza – Genova, poi in America – e non ha partecipato al cambiamento dei luoghi: dopo tanto tempo ritorna in paese e lo trova uguale nelle forme, ma cambiato nel sangue che vi circola.
La lingua di questo Pavese ha una cura al cantabile, mi sembra un tono elegiaco (Così mi misi per il prato e costeggiai la vigna, che tra i filari adesso era a stoppia di grano, cotta dal sole), che mescola il letterario a espressioni che non saprei come definire – più sbrigative, ad imitazione del parlato – rimescolando moduli veristi. Un effetto di spigoli e piallature.
In Lavorare stanca leggo una poesia dal titolo Casa in costruzione. In Pavese sappiamo, bene o male, che le poesie, oltre ad avere uno slancio lirico, vivono di storie minime – cose che succedono, personaggi che parlano e agiscono. Così, nella poesia Casa in costruzione, si parla (se le poesie raccontano e comunicano qualcosa di preciso non perdono in dignità: se non sono pure e non imitano la musica, perseguono altri scopi. Il poeta Pavese scrivendo questi versi nel 1933 – in pieno ermetismo italiano – è un poeta quanto meno stonato. Eppure anche il Montale della Bufera racconterebbe segretamente storie di cui fa emergere creste, comignoli, cime aguzze…), in quella poesia si racconta di alcuni ragazzi che salgono sopra lo scheletro di una casa in costruzione, i pilastri sono a vista, non c’è tetto, i mattoni scoperti, le finestre vuote; i ragazzi stanno lì a guardare il cielo, salgono e scendono sui ponti, lanciano pietre, e non si capisce che altro facciano. Poi c’è un vecchio che sembra trascorra la notte al riparo dei mattoni che al caldo scottano. Dorme lì come fanno i barboni: corre i suoi rischi e s’accende di notte un fuoco.
Emerge nel testo un contrasto tra la vitalità dei ragazzi e la caparbia malmessa del vecchio. Ma quel vecchio non ha più una casa e si muove a fatica, è il commento del poeta che, in stile verista, dice lui ciò che pensa la gente che passando di là osserva i resti del fuoco e il vecchio a cui Certamente qualcosa gli accade là dentro, perché ancora al mattino borbotta tra sé.
Siamo della stirpe dei mistici, di quelli che vogliono dare forma, voce al mistero. Intorno all’assenza ricamiamo trine di gigli misti a viole. Scrive Gozzano:
Un bacio. Ed è lungi. Dispare
giù in fondo, là dove si perde
la strada boschiva
Riempiamo l’assenza con lo stupore, e segretamente speriamo che l’attesa sia infinita, sperdutamente infinita. Ricostruiamo l’Eden di un dio permanentemente atteso: non finiamo nell’imbuto del bosco infernale.
Era agosto, in Andalusia. Fermammo l’automobile sul lato della carreggiata. Avevamo lasciato un paese tutto bianco, e ora in mezzo a un campo di girasoli anneriti dai raggi implacabili del sole ci scattammo una foto. Poi ripartimmo per Siviglia.
Montale nel 1923 scrive Portami il girasole ch’io lo trapianti. Misteriosa è l’identità dell’interlocutore a cui viene chiesto di irrompere nella vita buia del poeta e trasfondere in essa un’essenza di luce e vitalità. Del 1949 è invece la poesia A un girasole di Sergio Solmi, pubblicata nella raccolta Dal balcone.
Non saprei se in assoluto Pascoli sia sempre stato così avverso alla vita cittadina. Nei suoi versi non è rara la contrapposizione tra la voce della città e quella della campagna. La presenza di una voce presuppone un dialogo oppure un monologo. Ecco, in campagna avviene un dialogo strano; in città invece monologhi o, eventualmente, ci si scambiano informazioni a distanza, usando il telegrafo. La città è univoca, sorda, la campagna invece crea corrispondenze. I fili tremuli di rame, le rote ferree, le querule campane (in Solitudine, da Myricae), sono un repertorio di suoni cittadini o comunque una modernità caotica. La natura è una patria, la città un’avventura senza ritorno.
Non sono uno studioso di Gozzano, il poeta dell’Amica di nonna Speranza. Non so farne un discorso critico. Quello che scrivo lo scrivo per moto di commozione. Le poesie di Gozzano – poeta da me amato – hanno il tono pentito dell’esteta per sbaglio, un esteta al contrario, quello della non esibizione, che fa poesia alla Leopardi, ricordando i ricordi, senza azione.
Guido ha memoria di qualcosa che non ha mai vissuto: vita sentimentale e romantica. Il suo mondo interiore nasce coi quadri, le stampe, gli oggettini d’arte, poesia e letteratura. Uno di noi, insomma, che conosce attraverso specchi e rappresentazioni. Uno che ha capito dove la natura lo porta – una semplicità ammazzata dalla macchina. Memoria di un Ottocento da salotto bonario e basico, la borghesia che legge i romanzi del D’Azeglio sul comò, l’epoca del sentimento ingenuo e della musica: poesia di un facsimile. Gozzano ama ciò che non è, e favoleggia alla vista delle rovine delle ville abbandonate, dentro case di signore garibaldine e nipoti vergini.
Nota di ascolto della Sinfonia in re maggiore La caduta di Fetonte (Der Sturz Phaëtons) di Carl von Dittersdorf
Le citazioni latine dalle Metamorfosi di Ovidio ad inizio di ciascun movimento musicale sono la cornice narrativa della Sinfonia Der Sturz Phaëtons di Carl von Dittersdorf (Vienna, 1739 – Deštná, 1799). Ma questa non interpreta alla lettera il racconto. La scrittura poetica è ricca di ekfrasis, descrizioni astronomiche e geografiche secondo la modalità del catalogo: terre fiumi montagne sono sconvolti dal passaggio ravvicinato del sole – in Ovidio prende forma anche il tema della catastrofe. E il compositore austriaco cerca una soluzione musicale. Tralascia il tema della catastrofe, quello dello stravolgimento dell’ordine cosmico, e sviluppa musicalmente un altro motivo ovidiano, quello della contrapposizione tra leggerezza e gravità (lenis – gravis): la leggerezza del volo, la sospensione e l’incertezza: la gravità e la caduta.
Dal greco scandalo (σκάνδαλον) significa ‘insidia’. ‘Turbamento della coscienza e della sensibilità altrui, provocato da atti, comportamenti o discorsi contrari ai principi correnti di moralità, di pudore, di giustizia, ecc.’.
Quando la storia di un individuo si scontra con la storia della propria comunità fatta di leggi scritte o convenzionalmente condivise, nasce lo scandalo: è messa in pericolo la sopravvivenza di una idea di normalità e perfezione sociale.
I racconti di Kafka, Il Processo, per esempio, rappresentano l’insinuarsi di una norma preventiva che sottrae allo scandalo spazio tempo parola, fino alla soppressione.
Nel 1925 Virginia Woolf afferma molto chiaramente che la parola “romanzo” non le appare adatta per descrivere i suoi lavori; lei piuttosto avverte l’esigenza di appropriarsi di un nuovo termine che colga più efficacemente la sua scrittura, così le viene in mente di usare il termine “elegia”.
Al faro vuole proprio essere un’elegia indubbiamente rivolta al faro di St. Ives dove Virginia trascorreva da bambina le vacanze estive. È opportuno ricordare che la preposizione to in inglese non indica solo un moto a luogo, ma è anche un dativo, dunque introduce un complemento di termine, un’offerta rivolta a qualcosa o a qualcuno. Ecco che l’oggetto a cui si rivolge Virginia in tono elegiaco è il faro.
Il faro si staglia in verticale sulla massa marina orizzontale dei ricordi d’infanzia, dunque il romanzo si configura come un’elegia rivolta alla memoria, nella consapevolezza che, in questa disposizione dello spirito, “la vita tornerà con un’aggiunta di senso” (N. Fusini, Commento e note ai testi. Al faro, ne I meridiani. Virginia Woolf. I romanzi, Mondadori, 1998). Del resto, il significato lo si raggiunge sempre così, a distanza di anni; si approda al senso del passato quando se ne sono prese le distanze e il passato appare un atollo della nostra coscienza.